Istanbul città di contrasti

 


Scrivo di Istanbul cinque giorni dopo essermela lasciata alle spalle. Cinque giorni, in un viaggio come il nostro, sembrano due settimane vista la rapidità con cui centinaia di nuove immagini e di facce si sovrappongono e diventano nuovi ricordi. Scrivo di Istanbul essendoci stato tre giorni appena, avendola assaggiata in fretta, senza averla gustata come meriterebbe.

Un difetto di questo modo di viaggiare è proprio questo: ci si sente di passaggio ovunque. In nessun posto si sente di poter prendere o lasciare qualcosa. Queste scorpacciate rapide a volte mi lasciano quasi frastornato… ma questo blog è una buona scusa per impormi di ordinare i pensieri e le impressioni.

Per Istanbul ho due aggettivi: immensa e piena. Immensa in ogni sua dimensione: nella sua estensione, nello spettro di emozioni che sa smuovere, nello spettro di contraddizioni e di contrasti che può mostrare tra un distretto e l’altro, tra un quartiere e l’altro, tra un isolato e l’altro. Piena perché c’è tanto di tutto; perché sembra scoppiare, tanto nel centro quanto nelle periferie. Piena di gente senz’altro… di macchine, di camion, di cantieri, di palazzi; piena di differenze culturali, religiose, etniche, sociali.

Passeggiando o guidando per le vie della città, l’unica costante, dettata forse anche dalla frenesia del viaggio, è il fermento che si respira. La calma non è contemplata. Una vitalità trascinante a tutte le ore. Nei quartieri poveri come in quelli ricchi si lavora sempre; che sia un gommista o un albergo, che sia una boutique in centro o la bottega di un artigiano che illumina un vicolo buio, che sia un ristorante di lusso o un seminterrato di Tarlabasi (il quartiere che ci ha ospitato) dove si puliscono quintali di cozze, tutti sono sempre all’opera. Se a questo si aggiunge il traffico impazzito, i clacson, i fiumi di gente che percorrono le vie principali e secondarie, le urla, la musica, i bazar, i colori, si capisce perché Istanbul non può non lasciare esterrefatti, a tratti disorientati. Istanbul riempie gli occhi, le orecchie, il naso e la bocca.

Sembra che Istanbul sia nel pieno di una fase di transizione. Cantieri ovunque, edifici a metà, progetti di ristrutturazione e rinnovamento di piazze e quartieri magnificamente pubblicizzati. Una crescita rapida, forse troppo, in cui sembra molto presente l’influenza occidentale, con tutte le criticità che questo modello comporta (è un’impressione dettata da ciò che ho visto e forse da qualche preconcetto di troppo… ma non credo di essere troppo lontano dalla realtà). Facendo riferimento alla mia piccola, personale esperienza, quando città di recente sviluppo seguono questa strada, le conseguenze sono critiche sia da un punto di vista puramente estetico, che sociale. E passando da un quartiere all’altro, emerge chiaramente come questa crescita stia investendo Istanbul in modo estremamente disomogeneo, lasciando indietro molti e dando luogo a spettacoli obbrobriosi tanto nelle sue periferie quanto nei suoi vari centri.

Per quanto riguarda le prime, l’arrivo in auto è stato piuttosto traumatico: a gettarmi nello sconforto sono state le infinite schiere di palazzoni e grattacieli; tanto uguali e tanto attaccati da sembrare pensati per stipare persone, piuttosto che per dare loro una casa in cui vivere. Uno spettacolo analogo è visibile in molte altre città turche e dell’Europa orientale.
Riguardo i quartieri centrali, un esempio calzante oltre ai palazzi di recente costruzione che si ergono in maniera disordinata e poco coerente un po’ ovunque, sono i progetti di riqualificazione del quartiere Tarlabasi, esposti su enormi cartelloni, ben illuminati, posti su Tarlabasi Boulevard, la strada che ne delimita il confine a sud. Tarlabasi è un quartiere estremamente povero ad un minuto di cammino da Piazza Taksim. É una di quelle zone rimaste “indietro”; una macchia di povertà e degrado in pieno centro. Lo si vede dai palazzi fatiscenti, dalle strade dissestate, dalle persone che non si vogliono far fotografare e dalle minacce se proviamo a fare video in alcuni vicoli dove si vende droga a tutte le ore. Una macchia di degrado che, nonostante l’iniziale reciproca sfiducia tra noi e i residenti, ci ha lentamente accolto per mostrarci tutto il suo calore. Il terzo giorno, dopo esserci ambientati, ci sentivamo già a casa, salutati per le strade da bambini, ragazzi e adulti che ci avevano visto andare e tornare a casa tutte quelle volte. Chi ci controllava la macchina, chi ci ha aiutato a spostarla, chi ci ha presentato fiero i suoi tre enormi cani, chi ha fatto assistere Lorenzo, munito della sua reflex, alla macellazione delle proprie pecore.

Da quanto abbiamo appreso, il progetto di riqualificazione di Tarlabasi, mira a radere al suolo il quartiere per ricostruirlo da capo piuttosto che recuperare gli edifici di cui è facile cogliere l’antica bellezza nonostante l’innegabile degrado che regna attualmente. I residenti e i comitati di quartiere non sono ovviamente stati presi in considerazione per le decisioni sul futuro delle loro case e sembra che nessuno l’abbia presa bene.

Tutte queste criticità fanno da contraltare alla bellezza disarmante di alcuni scorci, ai panorami di cui si gode tanto dalla città vecchia, quanto da quella moderna, ai colori dei bazar, al mare, ai minareti che si stagliano tra i palazzi creando uno skyline unico, ai tramonti, ai pescatori sul ponte di Galata, ai gatti randagi, alla meraviglia di vedere tanta varietà etnica, culturale e religiosa convivere in un unico luogo e alla generale simpatia dei turchi, che non la smettono mai di suonare e di ballare.

Noi quattro l’abbiamo girata a piedi da nord a sud, da piazza Taksim alla Moschea Blu, passando inevitabilmente per le strade e le zone più turistiche: Galip Dede Caddesi, Ponte Galata, da cui si gode una vista meravigliosa della città vecchia e di quella nuova, Gran Bazaar, Moschea di Santa Sofia, Cisterna, Palazzo Topkapi… tutto intervallato da soste culinarie e beverecce.
Ciò che colpisce sono i numerosi contrasti che la città offre, dovuti a questa sua posizione geografica particolarissima di ponte tra oriente e occidente che implica la coesistenza di culture e religioni diversissime; contrasti amplificati da questa sua crescita incalzante che crea contrapposizioni aspre anche tra benessere e miseria, tra antico e nuovo, tra tradizione e modernità. Istanbul sembra una città in bilico; in un equilibrio spaziale e temporale che non lascia spazio a possibili supposizioni su quello che sarà tra 5 o 10 anni.

Mi piace pensare che queste sue peculiarità riescano a interagire in modo nuovo con la crescita da cui è investita, facendola diventare una grande città in grado di mantenere intatta la sua identità così particolare. Mi piace pensare che Istiklak Caddesi, la più classica delle vie dello shopping con i soliti negozi sempre uguali ovunque, possa coesistere con la bellezza dei bazar, delle botteghe e dei barbieri che sanno ancora tanto di oriente. Mi piace pensare che riesca a rimanere in bilico nel punto in cui è, e che sappia fare di questa sua posizione un vanto e un punto di forza.

Istanbul non rilassa; non andateci in vacanza. Istanbul meraviglia e stupisce; andateci in viaggio.

Andateci per sorridere dei panorami, degli scorci, dei locali notturni e del cibo (ebbene sì… a volte molto male, altre molto bene). Andateci anche per sgomentarvi della desolazione dei quartieri poveri e della miseria delle bande di bambini abbandonati che chiedono l’elemosina a piedi nudi. Istanbul è entrambe le cose… spesso nello spazio di pochi metri. Andateci a scoprirvi e a mettervi alla prova: a mettere alla prova la vostra capacità di capire e di farvi capire (spesso i Turchi non parlano una parola di Inglese, ma non per questo desistono dal voler fare due chiacchere); andateci a mettere alla prova la vostra capacità di discutere e di contrattare e quella di non farvi fregare. Andateci per emozionarvi.

Grazie a Lavinia e Giacomo per i consigli e a tutti coloro che ci hanno suggerito cosa selezionare in questi tre intensissimi giorni. Avete fatto un ottimo lavoro… ci toccherà tornare!

Luca Marnetto

Gengis Van
Hit the road. Feed your mind.

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5 Comments

  1. I bambini a piedi nudi di cui fai cenno soon siriani, non turchi.
    Tarlabasi verrà riedificato dal genero di Erdogan, ed è Tutto vero ciò che hai scritto su I suoi contrast I. Bell’articolo, scritto anche bene! Nisio

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