Kazakhstan tra selfie e deserto

Il contrasto, la dissonanza, questo sembra essere il filo che lega le tappe di questo viaggio verso Oriente.

Questo medesimo filo unisce due paesi geograficamente lontani, ma entrambi pregni dei discorsi in sospeso con la modernità che avanza senza arrestarsi: la Turchia, che tanto ci ha colpito, e il Kazakhstan che ci apprestiamo a lasciare.

Il semplice passaggio dalla Russia caucasica, abitata da sovietici ma pur sempre con tratti europei, al Kazakhstan ci ha fatto capire che l’Europa ormai era soltanto la destinazione dei nostri messaggi con Whatsapp: poliziotti di frontiera con tratti asiatici in dialetto russo ci interrogano sulla natura del nostro viaggio. Ovviamente non capiamo nulla ma da bravi “Italiansky” riusciamo a farci capire gesticolando e nominando Francesco Totti.

Altra prova che ormai siamo in Asia è il paesaggio: finalmente il deserto, ma non di quelli africani con le dune e i beduini, bensì desolato, con tralicci telefonici a perdita d’ occhio, talmente piatto da rendere visibili i rari centri abitati anche a 50 km di distanza.

Le grandi città rendono ancor più vigorosa la sensazione di estraneità e di stridore che si prova visitando il paese. Moderne cattedrali sorte nel mezzo del deserto, costellate di periferie che non riescono star dietro al progresso che circondano. A queste metropoli ancora in costruzione ci si arriva percorrendo strade che sembrano sentieri, attraversate da mandrie di cavalli selvaggi (vanto del paese) e cammelli solitari. Agli antipodi invece le città con i loro grattacieli, negozi di ogni marca e giovani in fissa per i selfie di cui siamo stati vittime e carnefici.

La popolazione kazaka è ulteriore specchio di questo paese dai mille volti. Nonostante la disponibilità nell’aiutarci a cercare una sistemazione di alcuni giovani fissati con i selfie di cui sopra, l’appartamento trovato è risultato essere molto al di sotto delle nostre aspettative, per quanto spartane, oltre alle norme igienico sanitarie. Aspettative tradite anche dal proprietario, la cui attenzione verso la pulizia dell’appartamento era superata di gran lunga da quella verso i nostri telefoni cellulari, tanto da volerne uno come deposito.

Tuttavia il giorno successivo, dopo una sveglia anticipata erroneamente di un’ora a causa di un fuso orario che sin dalla partenza ha avuto ragione di noi, un colossale ritardo del proprietario di casa e l’amicizia fatta con dei cordiali tassisti locali, siamo tornati in possesso sia del telefono sia del nostro viaggio.

Per farla breve, l’impressione che ci lascia il Kazakhstan è che senz’altro il suo lato migliore è quello che non è stato ancora sfiorato dalla modernità. Il suo territorio così vasto popolato da maestosi cavalli selvaggi, cammelli a passeggio e aquile lo cristallizzano nel tempo, conferendogli un fascino che solo i luoghi da sempre uguali a se stessi riescono ad avere.

Marco Scicchitano

Gengis Van
Eat the road. Feed your mind

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