Kirghizistan: dove osano i ciuchini.

Scarna, minimal, essenziale, così ci si presenta la frontiera del Kirghizistan. Due container in parallelo che rivelano la loro natura solo grazie a due bandiere kirghise svolazzanti che campeggiano sui tetti. Lasciamo il finto sfarzo dell’Uzbekistan, ideato ad arte da Kerimov – presidente e  leader dell’unico vero partito del paese – con il fine di fare colpo sui turisti e dare l’impressione di un paese ricco, all’avanguardia, occidentalizzato, e ci apprestiamo ad entrare in Kirghizistan, dove evidentemente ci si concentra su altri problemi. Come la carenze di borracce. Infatti, appena superata la fatiscente sbarra, alzata rigorosamente a mano, il gigantesco frontaliere, sfoggiando un sorriso irresistibile e due occhi tesi come spilli, si appropria delle mia fidata borraccia mimetica, indossandola e compiacendosi del perfetto pendant con la sua divisa.

Completate  le solite formalità, consistenti nel deriderci per girare il mondo su una Tata Telcoline, nel recitare il mantra “mafia, Berlusconi, Francesco Totti” (a quanto pare il raccordo è stato esteso fin qui) e poi nel  deriderci di nuovo per le imbarazzanti foto adolescenziali dei passaporti, entriamo finalmente nel paese.

Il primo impatto ci lascia senza fiato, la steppa e il deserto cedono il passo ad una natura prorompente, l’orizzonte che ci aveva accompagnato per giorni é ben nascosto da una parete continua di montagne, interrotta soltanto dai moltissimi ruscelli che portano a valle la neve sciolta dei pendii più elevati. I centri abitati sono rari e contano pochi abitanti, lungo la strada, ad arricchire il panorama, si vedono molte gher, le tipiche tende cilindriche dei nomadi, e, se non si fa attenzione, si rischia di aprire una macelleria sul cofano della Tata. Qui, infatti, mucche, cavalli e pecore pascolano del tutto liberamente e, anzi, sembrano prediligere le poche strade asfaltate. Fa freddo, molto freddo, ci esce il vapore dalla bocca.

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Qui sembriamo essere una novità incredibile, ogni volta che ci fermiamo la macchina viene accerchiata da un nugolo di gente, soprattutto bambini, per lo più affascinati dai faccioni sorridenti attaccati sugli sportelli. Sono due pastorelli nomadi che mostrano la curiosità più genuina verso di noi. Li incontriamo in un momento inaspettato, una delle tante pause pipì da cartolina in una vallata verdissima incorniciata da due montagne immense. Ci vedono fermarci da lontano e si avvicinano trottando, uno a cavallo e uno su un  asinellon, giusto in tempo per farci ricomporre. Sono un po’ timidi ma ridono tantissimo, Lorenzo rompe il ghiaccio chiedendo il permesso di fotografarli e loro si mettono fieramente in posa. Il più piccolo, sul ciuchino, indossa una giacca molto più grande di lui che lo fa sembrare un miniuomo, complice anche il suo minicavallo. È lui adesso a prendere l’iniziativa, ci chiede se vogliamo cavalcare il suo destriero. Non me lo faccio ripetere due volte e salgo, non senza qualche difficoltà, sul dorso dell’animale. Se prima ridevano, adesso hanno le lacrime agli occhi vedendo che la mia gentilezza nello sculacciare il sedere del somaro non viene ripagata dal benché minimo avanzamento. Ci pensa il miniuomo a sbloccare l’impasse con un calcione ben assestato sul didietro del somaro.

Il Kirghizistan può  riassumersi nella sensazione che ho provato in quel momento, essere felice come un bambino nel cavalcare fieramente  un ciuchino svogliato che avanza lentamente verso l’infinito.

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